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L'Europa che teme Trump

Approfondimento Gennaio a cura dei docenti NIBI

L’elezione di Donald Trump ha colto un po’ tutti, non solo i sondaggisti, di sorpresa. L’errore di fondo – da non ripetere – è quello di pensare che quanto successo finora in Europa e nel mondo abbia carattere episodico, quando invece si inserisce in un trend di fondo che si sta rafforzando e che non può non preoccupare. L’ultimo timore, ma solo in ordine di tempo, è appunto l’elezione di Trump. Si teme l’impatto che le politiche del nuovo Presidente potranno avere su un’Europa già debole e divisa. Volendo limitare l’attenzione al piano economico, va anzitutto chiarita la portata di quanto annunciato finora. 

Il neo eletto Presidente ha promesso di rilanciare l’economia Usa - che viaggia già ad un tasso di crescita di oltre il 2% con una disoccupazione sotto il 5% - attraverso la classica ricetta di meno tasse e più spesa pubblica. La promessa di meno tasse dovrebbe essere mantenuta attraverso una semplificazione e rimodulazione delle aliquote fiscali: da sette a tre scaglioni con una aliquota massima fino al 33% per le persone fisiche e al 15% per le imprese. La maggiore spesa pubblica si dovrebbe invece tradurre in nuove infrastrutture per un valore di 550 miliardi, ma non è ancora chiaro su quanti anni questi soldi saranno spalmati e quanto vi contribuiranno i fondi pubblici rispetto ai privati. Tutto relativamente condivisibile se gli Usa avessero un debito pubblico come quello tedesco, ossia appena sotto il 70% del PIL. Purtroppo non è così.

Il debito federale di Washington è già pari all’86% e raggiunge il 108% se si aggiunge anche quello degli stati. Secondo il Tax Policy Center, se Trump mantenesse le sue promesse il debito pubblico americano toccherebbe il 129% nel 2026. Una percentuale pericolosamente vicina a quella che noi italiani conosciamo bene. La probabile conseguenza di queste politiche sarà un tendenziale aumento dell’inflazione e dei tassi di interesse. Uno scenario che non sembra preoccupare più di tanto Trump che in più occasioni non ha mancato di criticare la Fed per aver tenuto troppo bassi e troppo a lungo tali tassi. 

Per l’Eurozona questa tendenza al rialzo dei tassi non farebbe altro che alimentare ancora di più le tensioni tra i paesi del Nord Europa, ad iniziare dalla Germania che lo chiede già da tempo, e i paesi del Sud, Italia inclusa, che invece vi si oppongono fermamente. All’interno dell’Eurozona sarebbe come buttare benzina sul fuoco. Ma Trump ha promesso anche di ridiscutere gli accordi commerciali in essere (come il Nafta) e di riconsiderare – o più semplicemente bloccare – quelli in corso di negoziazione come il TTIP con l’Europa e il TPP con l’Asia. In un contesto in cui ormai da circa 5 anni il commercio internazionale non è più il motore della crescita mondiale, ulteriori spinte protezionistiche potrebbero avere un forte impatto negativo su paesi europei manifatturieri come la Germania e l’Italia. Questo di certo ammorbidirebbe la posizione tedesca sui tassi, ma avrebbe conseguenze ben più gravi in termini sociali in un contesto di crescente euroscetticismo e proprio in un anno in cui Francia e Germania, tra gli altri, andranno alle urne. Bastano questi esempi per capire come anche nel solo campo economico le future decisioni di Trump rischiano di trovare l’Ue impreparata e di aumentarne la conflittualità e le divisioni interne. 

Per ridurre questi rischi l’Europa dovrebbe dare grande prova di unità predisponendo non tanto una ennesima road map sul futuro istituzionale dell’Unione ma indicando in primo luogo quali passi comuni intende fare in politica estera e di sicurezza, nella creazione di posti di lavoro, nella maggiore condivisione delle politiche economiche, nella lotta alle disparità regionali e alle disuguaglianze dei redditi (con un adeguato budget dell’Eurozona), nelle politiche migratorie. Non c’è dubbio che alcuni paesi non ci staranno. Bisognerebbe quindi avere il coraggio di puntare chiaramente a un’Unione allargata fondata sul Mercato Unico, ma in cui alcuni paesi, a partire da quelli dell’Eurozona, mettano in pista politiche molto più integrate. 
 

A cura di Antonio Villafranca - Docente NIBI nell'ambito Business Focus

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