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L’economia al tempo dell’insurrezione democratica

Approfondimento Novembre 2016 a cura dei docenti NIBI

E’ l’anno dei voti anti-establishment o è semplicemente l’anno dei risultati politici incerti fino all’ultimo? 


A partire dal voto delle elezioni presidenziali americane, passando per il referendum su Brexit nel Regno Unito, quello sul trattato di adesione dell’Ucraina in Olanda o, ancora più lontano dall’Europa, il voto sull’accordo di pace con le FARC in Colombia, verrebbe da dire che questo è l’anno di quella che il Financial Times chiama la 'politics of insurrection', ossia della rivolta contro il sistema. 
E questa ipotesi potrebbe essere ulteriormente rafforzata dall’esito del referendum costituzionale italiano il 4 dicembre. 

E’ anche vero, tuttavia, che tutti questi voti sono stati di fatto incerti fino all’ultimo, che la gente vota sulla base di diversi motivi, non necessariamente legati a convinzioni radicate relativamente alla proposta politica oggetto della contesa (basti pensare alla sostanziale inesistenza di una 'agenda Trump', o al dibattito sul referendum costituzionale italiano), e che proprio per questo basterebbe poco per far pendere l’ago della bilancia dall’una o dall’altra parte. 
Proprio in ragione di ciò, è verosimile immaginare che il mercato abbia iniziato a prezzare in maniera significativa questa incertezza nelle ultime settimane. In questo senso possiamo leggere ad esempio l'aumento di volatilità dei mercati, a partire da quello azionario nelle ultime settimane, e l’allargamento dello spread italiano (un unicum nel contesto europeo) sopra i 150 punti base. Peraltro, l’aumento delle volatilità su tutti gli asset finanziari appare relativamente asimmetrico rispetto ad un quadro macroeconomico caratterizzato ancora da buoni fondamentali, e con politiche monetarie sostanzialmente invariate (o comunque con variazioni ampiamente previste dal mercato) su entrambe le sponde dell’Atlantico. 

Come già accaduto per Brexit, è dunque plausibile immaginare che il mercato stia scontando l'incertezza a ridosso degli eventi politici, piuttosto che l'attesa di conseguenze strutturali negative nel lungo periodo. 
Sul fronte europeo è verosimile che il prossimo meeting della Banca Centrale Europea dell’8 dicembre potrebbe portare ad un annuncio di novità in termini di estensione temporale del programma di Quantitative Easing oltre marzo 2017, insieme ad una possibile modifica delle sue modalità. Dunque l'impegno a proseguire l'attività del QE, ma articolandola al fine di limitare gli effetti indesiderati dei tassi negativi. 

Sul fronte statunitense, la presidenza Trump potrebbe avere tre tipi di conseguenze: un aumento dello stimolo fiscale attraverso spesa pubblica in infrastrutture e difesa; una ripresa degli investimenti nel settore petrolifero, che potrebbe rafforzare l'autosufficienza energetica degli Stati Uniti, fino al punto di posizionarli come esportatori netti di petrolio; una possibile riduzione del commercio internazionale, anche alla luce di un Congresso tutto repubblicano e chiaramente più protezionista. Tutti questi scenari, attraverso vari canali, portano ad un potenziale indebolimento del dollaro nel medio termine, anche in presenza di una risalita dei tassi USA (scenario cui peraltro il mercato al momento crede poco dopo l'annunciato rialzo del prossimo dicembre). 

Chi potrebbe beneficiare di questa situazione sono i paesi emergenti: l'attuale contesto esterno favorevole (petrolio stabile vicino a 50 USD e dollaro non forte) rappresenta infatti un'opportunità per le imprese eccessivamente indebitate di questi paesi per ristrutturare i loro bilanci. I fondamentali di crescita continuano a rimanere positivi ed è importante che il risultato elettorale americano nel medio periodo non penalizzi più di tanto il loro accesso ai mercati internazionali (e da questo punto di vista l'Europa gioca un ruolo chiave). Inoltre l’inflazione continua a sorprendere al ribasso, in media, sull'area. Questo favorisce politiche monetarie espansive, con attese di riduzione dei tassi di riferimento, in aree, come per esempio il Brasile. 
 

A cura di Carlo Altomonte, docente NIBI di Economia Internazionale nell'ambito dell'Executive Master per l'Internazionalizzazione d'Impresa 

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