Image

L'Antidumping dell'UE dopo 15 anni di Cina nel WTO

Approfondimento Dicembre a cura dei docenti NIBI


L'11 dicembre scorso la Cina è diventata economia di mercato. Notizia clamorosa passata in sordina se si pensa che il paese è governato da oltre mezzo secolo da un unico partito che si proclama comunista. Forse in quella data i nostri organi di stampa erano troppo impegnati a seguire Gentiloni in cammino verso il Quirinale convocato dal Presidente Mattarella?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare un salto indietro di 15 anni, quando la Cina è entrata nel WTO (11 dicembre 2001) come membro di "serie b", ovvero come paese senza lo status di "economia di mercato". Quando soggetti pubblici intervengono pesantemente nell’economia di un paese, è difficile capire se un prezzo all’export in linea con un prezzo domestico è tale per la libera interazione tra domanda e offerta oppure se è ridotto strategicamente per danneggiare le imprese degli altri paesi.

Questa condizione ha permesso agli altri paesi del WTO di identificare l'eventuale dumping da parte della Cina – e quindi la definizione della conseguente tariffa antidumping - non confrontando il prezzo dell’export con il prezzo di vendita nel paese di origine (come fatto per gli altri membri WTO considerati economie di mercato) quanto piuttosto con il prezzo di vendita in un paese benchmark da scegliere in funzione delle caratteristiche del prodotto oggetto dell’indagine. 

Nell’esempio che segue, il prezzo del prodotto esportato dalla Cina (40 euro) non è confrontato con il prezzo domestico cinese (che non mostrerebbe nessuna azione di dumping e pertanto non permetterebbe l’adozione di alcune tariffa antidumping) ma con il prezzo domestico brasiliano il quale, essendo inferiore di 25 euro del prezzo del prodotto esportato dalla Cina, permette l’introduzione di un’eguale tariffa antidumping, portando il prezzo dell’export cinese al livello del prezzo brasiliano (65 euro). 

Utilizzando il prezzo di un paese diverso dalla Cina, è stato quindi possibile adottare tariffe antidumping più elevate (25 euro nel nostro esempio) in quanto in paesi quali Messico, India, Brasile e Indonesia – alcuni dei paesi effettivamente utilizzati per questo calcolo - il prezzo dei beni era più elevato di quello cinesi per una minore efficienza produttiva e/o per un sostegno pubblico minore o assente.

Le stesse condizioni di ingresso della Cina nel WTO stabilivano che questo status di “serie b” sarebbe durato 15 anni. Dall’11 dicembre, quindi, la Cina viene considerata “economia di mercato” e pertanto saranno i prezzi domestici, e non più quelli di paesi terzi, a dover essere utilizzati per il confronto con i prezzi all’export; nel nostro esempio, non si evidenzierà alcun dumping (40=40 euro) e i prodotti cinesi, nei mercati internazionali, costeranno 40 euro e non più 65 euro. Se e solo se i paesi importatori saranno in grado di dimostrare che in Cina, per quel determinato prodotto, permangono ancora condizioni lontane da quelle che caratterizzano un’economia di mercato, allora sarà possibile ri-applicare il calcolo con il paese terzo utilizzato nei 15 anni precedenti, aumentando nuovamente la dimensione potenziale della tariffa antidumping.

UE e Stati Uniti sono ancora riluttanti ad accettare questo cambio di metodo di calcolo e la Cina si è già rivolta al WTO per difendere i suoi diritti e soprattutto per vedersi ridotte le molteplici tariffe antidumping che attualmente applichiamo al suo export. Il testo del protocollo di adesione è abbastanza chiaro su questo punto e la Cina potrà adottare, con il via libera del WTO, azioni di ritorsione nei confronti dei paesi che non si adeguano alla nuova regola.

L’impatto di questo ribaltamento dell’onere probatorio rischia di essere significativo se si considera la scarsa trasparenza delle informazioni utili per dimostrare che la Cina continua a non essere un’economia di mercato e se si considera che delle 73 misure antidumping attualmente adottate dall’UE, ben 58 (quasi l’80%) riguarda l’export cinese.

La Commissione UE ha presentato una nuova strategia di aumentare l’efficacia degli strumenti di difesa contro le pratiche commerciali scorrette – tra queste il dumping – alla luce dell’upgrade di status della Cina nel WTO. Tuttavia, nonostante alcuni paesi, quali l’Italia, ne mettono in dubbio l’efficacia, sarà difficile trovare un accordo tra paesi che hanno interessi non del tutto sovrapponibili.
 

 

A cura di Stefano Riela - Coordinatore Scientifico di NIBI

Visualizza: Mobile