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Approfondimento del mese - Finanza Islamica: un’opportunità di crescita globale

A cura dei Docenti NIBI

Ogni mese i docenti dei corsi NIBI ci guidano alla comprensione delle regole e degli strumenti per fare impresa all'estero, approfondendo i temi di maggior attualità e aiutandoci a cogliere le opportunità di sviluppo che si presentano a livello internazionale.
 
L'approfondimento di ottobre, a cura del Prof. Antonio Salvi, è dedicato alla Finanza Islamica.

 

Leggi l'articolo:

Il termine finanza islamica è usato per indicare l’insieme delle transazioni commerciali, dei servizi bancari e più in generale di tutti gli aspetti di un sistema finanziario che opera nel rispetto delle regole dettate dalla giurisprudenza islamica, la Sharīah, le cui fonti principali sono rappresentate dal Corano e dalla Sunna (Salvi et al., 2013).

Il Corano è il libro sacro della religione islamica e rappresenta il punto di riferimento immutabile ed eterno per ogni musulmano, rivelato da Dio al profeta Maometto tra il 610 e il 632 d.C. Contiene i precetti di carattere generale riguardanti sia aspetti spirituali che sociali, l’organizzazione della società, l’amministrazione della giustizia, la politica e l’economia. La Sunna è invece un insieme di atti e detti che qualificano i dettami del Corano sotto forma di aneddoti, a loro volta riconducibili allo stesso Maometto. 

Il processo interpretativo delle leggi Coraniche rimane comunque una disciplina in costante evoluzione grazie alla continua opera dei “dottori della legge islamica”, gli Ulema. I principi dettati dalla Sharīah non hanno per i musulmani, a differenza di chi professa altre religioni (che pur vietano a livello di principio determinati comportamenti anche in campo economico, tollerandoli talvolta a livello pratico) una valenza che concerne esclusivamente la sfera privata del rapporto tra uomo e Dio, ma costituiscono una serie di valori cardine, da applicare ad ogni attività svolta dai fedeli all’interno della comunità islamica (Umma). 

L’Islam cerca infatti, in ogni modo, di mantenere una coerenza tra i principi fondamentali del Corano e la prassi quotidiana. I cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni nel mondo islamico hanno dato vita a regole di governance che hanno favorito lo sviluppo e la diffusione della finanza islamica. Secondo uno studio condotto da Deloitte (2010) sono circa 1,5 miliardi i musulmani che vivono in tutto il mondo e 350 le istituzioni finanziarie Sharīah compliant che gestiscono un patrimonio complessivo passato da 150 miliardi di dollari, a metà degli anni novanta, a 1.900 miliardi di dollari nel 2013 (Banca Mondiale, Islamic Banking Database); l’81,3% di tali attività è detenuto da soli cinque Paesi (Iran, Arabia Saudita, Malesia, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) (Ernst & Young, World Islamic Banking Competitiveness Report, 2012-2013). 

Questi numeri dovrebbero indurre gli operatori del settore finanziario di tutto il mondo a non relegare la finanza islamica al solo ruolo di ancella della finanza tradizionale, come finora avvenuto.

Attività finanziarie islamiche Sharīah compliant (2006-2013, mld di $)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I valori per un’attività economica Sharīah compliant

Più che fornire indicazioni precise circa i singoli comportamenti da adottare, la religione islamica recita che “tutto è concesso purché non sia espressamente vietato”. Trasparenza, responsabilità sociale e contenimento della speculazione sono i valori imprescindibili perché un’attività economica possa essere classificata come Sharīah compliant. 

A differenza dei sistemi economici occidentali, basati su principi che pongono al centro del sistema la soddisfazione dell’interesse del singolo e la massimizzazione del valore d’impresa e spesso avulsi da ogni dimensione teologica e spirituale, per il mondo islamico la centralità ed il benessere della comunità sono fattori imprescindibili, che vanno oltre il puro principio di carattere religioso e che devono invece trovare concreta attuazione nelle azioni quotidiane di ogni buon musulmano. 

Al fine di comprendere a fondo le caratteristiche peculiari del sistema economico di matrice islamica è necessario approfondire i principi coranici fondamentali che regolano la vita, non solo privata ma anche economica, della comunità musulmana. 

  • Il Corano incoraggia la ricerca del lavoro ed il profitto da esso derivante, il quale deve però necessariamente provenire da attività produttive lecite (Halal) e non espressamente vietate dalla Sharīah.
  • Deve inoltre sussistere una condivisione del rischio tra imprenditore e finanziatore, aspetto che prende il nome di profit and loss sharing (PLS). 
  • Affinché un sistema finanziario possa essere considerato Sharīah compliant occorre adeguare le decisioni finanziarie ai principi dell’Islam e di responsabilità sociale delle imprese islamiche, le quali sono incentivate a favorire lo sviluppo economico e sociale della comunità di appartenenza. 

I principi etici alla base della finanza islamica fanno sì che l’attenzione sia rivolta anche ai soggetti che non godono dei requisiti di «bancabilità» (come intesi dalla finanza tradizionale) a dimostrazione del fatto che il benessere collettivo rappresenta il principale obiettivo da perseguire per la comunità musulmana. In campo economico-finanziario invece, le principali prescrizioni dettate dalla Sharī’ah si traducono in quattro principi fondamentali che riguardano alcuni divieti: Riba; Maysir; Gharar; Haram. 

 

Riba


Il termine Riba fa riferimento ad ogni incremento sull’ammontare di un prestito che il soggetto debitore è tenuto a restituire al proprio creditore. Nella prassi islamica il Riba viene identificato nel tasso d’interesse e talora equiparato alla pratica dell’usura

Tale pratica è vietata dalla legge islamica in quanto esporrebbe l’intero sistema finanziario al rischio di alterazione strumentale, rendendo il denaro un mezzo per generare altro denaro; l’Islam considera infatti il denaro un mero mezzo di scambio incapace quindi di creare valore. 

Tale pratica rappresenterebbe un ingiustificato incremento di capitale senza assunzione di rischio alcuno da parte del finanziatore. Nonostante alcuni studiosi della legge islamica sostengano la tesi secondo la quale possa esistere un tasso d’interesse “equo”, la maggioranza degli Ulema vieta espressamente il Riba. Ciò non implica che il prestatore di capitali, secondo la legge islamica, non possa vedere remunerato il proprio investimento, poiché la pratica del profit and loss sharing è comunque ammessa dalla legge Coranica. 

 

Gharar


Il termine Gharar significa invece “incertezza” o “rischio”. E’ ravvisabile Gharar quando le conseguenze di un’attività sono ignote, ovvero permeate da dubbio e da non conoscenza. In presenza di una forte quantità di tali elementi la validità di un contratto potrebbe risultare compromessa; un lieve livello di Gharar non dovrebbe invece precludere la possibilità che il contratto possa perfezionarsi. 

A differenza del Riba, in pratica sempre proibito dalla legge islamica, il divieto di Gharar è quindi relativo, proibito solo se in grado di influire sulla chiarezza del linguaggio contrattuale provocandone incertezza interpretativa e difficoltà di esecuzione. 

 

Maysir


La speculazione (Maysir) è espressamente vietata dalla religione musulmana, per cui i contratti derivati o le vendite allo scoperto non sono contemplati tra gli strumenti della finanza islamica. L’origine di tale divieto affonda le sue radici in un passo della Sunna, secondo cui lo stesso Maometto avrebbe testualmente affermato che “colui che accumula riserve di grano in vista di un periodo di carestia, con l’obiettivo di trarne un profitto in futuro, commette un grave peccato. Colui che importa beni e li vende al tasso di mercato è benedetto, mentre chi demanda l’operazione di vendita ad una data futura in vista di un rialzo del prezzo, si preclude la benevolenza di Dio”

Nella società islamica le vendite a termine sono proibite in quanto, da sempre, considerate nocive per la società stessa. 

 

Haram


Il termine Haram identifica invece tutte le attività espressamente vietate dal Corano. La Sharīah proibisce il consumo e l’investimento in attività economiche connesse alla produzione e distribuzione di alcol, armi, carne suina, gioco d’azzardo, pornografia, tabacco, attività finanziarie basate sulla Riba, attività legate alla clonazione o all’aborto e attività legate al mondo dello spettacolo e dell’entertainment. 

Il divieto di investire in attività economiche operanti in tali settori pone un problema di selezione di attività da finanziare per gli investitori islamici, riducendo sensibilmente il campo delle società nelle quali allocare la ricchezza in eccesso. Nonostante il rigido divieto esistono margini di manovra (seppur minimi) che consentono alle banche islamiche e agli investitori privati di allocare parte della propria ricchezza in tali attività restando comunque Sharīah compliant mediante un processo detto di “purificazione”

L’Islam dunque incoraggia l’attività imprenditoriale finalizzata alla generazione di profitto anche per garantire che una parte di questi venga destinata alla comunità, per soddisfare uno dei massimi principi ispiratori della religione musulmana, il principio di equità, mediante l’istituto della Zakat che consiste nel pagamento di tasse e imposte. 

 

Zakat


L’istituto della Zakat è lo strumento mediante cui si realizza la redistribuzione sociale della ricchezza al fine di far sì che l’intera comunità possa trarre beneficio dall’attività imprenditoriale privata. E’ il Corano stesso a prevedere tale istituto, definendone le finalità senza però indicarne esplicitamente l’ammontare. (I dottori della legge islamica ritengono che l’ammontare della Zakat debba variare in funzione dell’attività svolta e del reddito prodotto, stimando una percentuale pari al 2,5% per le attività improduttive e del 10% del rendimento per gli investiment)

Esistono però categorie sui quali “asset” non si applica l’istituto della Zakat (es. libri o animali da lavoro) e soglie minime di reddito esenti (Nisab). 

Il controllo del rispetto dei principi appena elencati avviene per mezzo dei cd. Sharīah board, comitati indipendenti dalle istituzioni alle quali rendono i propri servizi costituiti da esperti dottori della legge islamica il cui compito è quello di garantire e tutelare il rispetto della Sharī’ah nel campo dell’economia e della finanza. 

 

Conclusioni

Inizialmente circoscritta a realtà economico-finanziarie esclusivamente di Paesi a maggioranza musulmana, la finanza islamica oggi sta assumendo una rilevanza crescente all’interno del sistema finanziario mondiale. Fino agli anni ’70 infatti il fenomeno di crescita ha riguardato esclusivamente le Islamic Banks; da tale data in poi invece sono sorti e rapidamente cresciuti tutti i comparti riconducibili alla finanza tradizionale. Tale espansione ha riguardato non solo il Medio Oriente ma anche gli Stati Uniti e l’Europa (dove attualmente vivono circa 17 milioni di musulmani).

Evoluzione della finanza islamica dagli anni ’70 ad oggi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Salvi A., Miglietta N., 2013, Principi di Finanza Islamica, Cacucci Editore – Bari. 

La robusta crescita della finanza islamica e degli strumenti ad essa collegati ha fatto sì che il mercato Asia – Pacific facesse registrare il più elevato tasso di crescita borsistico (19,50%), superiore al mercato statunitense (17,10%) e a quello europeo (7,40%). (Associazione internazionale che raggruppa 52 borse mondiali.)

Se i principali mercati finanziari mondiali saranno in grado di:

  • contenere gli elevati costi di sviluppo degli strumenti della finanza islamica
  • integrare le politiche monetarie con quelle dei Paesi di religione islamica
  • sopperire alla mancanza di strumenti Sharīah compliant in grado di mitigare il rischio (es. opzioni o derivati)
  • ampliare il proprio quadro normativo 

allora sarà probabilmente possibile cogliere a pieno le opportunità di crescita, economica e culturale, derivanti dalla diffusione globale della finanza islamica a livello mondiale.

 

A. Salvi 
Professore Ordinario di Finanza Aziendale. Coordinatore Modulo Finanza, Executive Master per l’Internazionalizzazione - NIBI 

F. Petruzzella 

 

 

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