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Brexit e la Sostanza della Sovranità Nazionale

Approfondimento Marzo a cura dei docenti NIBI

Dopo nove mesi dal referendum di giugno si avvia finalmente la Brexit con la comunicazione del recesso volontario e unilaterale agli altri 27 Paesi. Il tutto a poche ore dai festeggiamenti romani (assente Theresa May) per i sessanta anni della firma del Trattato alla base dell’attuale Unione Europea (UE). 

Una risposta ufficiale arriverà a valle del vertice dei 27 capi di Stato e di Governo previsto per il 29 aprile nella quale si dovrà capire se i futuri legami tra UE e Regno Unito dovranno essere negoziati durante la procedura di uscita o successivamente a questa, quindi una volta stabilito quanto sarà il conto che il Regno Unito dovrà pagare (si parla di una richiesta di 62 miliardi di euro) e al futuro di circa 3 milioni di cittadini UE attualmente nel Regno Unito e del milione di britannici nel resto dell’UE.

La Gran Bretagna è contraria a questo approccio sequenziale - prima l’uscita, poi un nuovo accordo - in quanto in assenza di un accordo commerciale preferenziale con l’UE entreranno in vigore le regole standard del WTO, ovvero una tariffa media del 5,3% sull’import britannico. Ovviamente ci sono diverse elasticità al prezzo per ogni prodotto esportato, ma comunque stiamo parlando del 45% dell’export dell’industria manifatturiera britannica. Inoltre con la Brexit il Regno Unito perde, oltre al libero accesso al mercato unico, anche tutti gli accordi di libero scambio che l’UE ha con 53 Paesi tra i quali Corea del Sud, Messico, Cile, Egitto, Israele e Sud Africa.

Sicuramente il Regno Unito ha buone probabilità di concludere buoni accordi, soprattutto con i Paesi del Commonwealth, ma la riduzione del suo potere negoziale non è da sottovalutare. L’Economist cita il caso dell’Indonesia. La più grande economia del Sud-Est asiatico sta già lavorando ad un accordo commerciale con l’UE e Thomas Lembong, capo dell’investment board indonesiano ed ex ministro del Commercio, ha dichiarato che c’è già un’intesa di massima su un futuro accordo con il Regno Unito. Ma, avverte: “Ovviamente il Regno Unito si troverà in una posizione contrattuale molto più debole al di fuori dell’UE, e quindi ci aspettiamo delle condizioni più favorevoli nel caso di un accordo con loro nel post-Brexit.”

Per dare un’idea di quale potere negoziale potrà usare il Regno Unito, usiamo gli ultimi dati del Fondo Monetario Internazionale relativi al PIL in prezzi correnti in dollari. Questo dato sintetizza quanto vale il mercato di un Paese e pertanto quanto è attrattivo per le imprese straniere che intendono svolgere, in questo, attività economiche (es. esportare, importare, investire). Il Regno Unito rimane un grande player (produce il 3,3% del PIL mondiale) ma in via di ridimensionamento, come del resto tutte le economie sviluppate. Ed un’eventuale uscita di una Scozia fortemente europeista non aiuterebbe i cugini d’oltremanica.

Il test britannico servirà per capire fino a che punto la sovranità nazionale può tradursi in un’azione autonoma ed efficace per il conseguimento dei propri interessi domestici. 
 

PIL in Prezzi Correnti (% Mondiale)

 20002017
Stati Uniti30,5%24,4%
UE-2826,5%21,3%
    Germania5,8%4,5%
    Regno Unito4,9%3,3%
    Francia4,1%3,2%
  Italia3,4%2,4%
Turchia0,8%1,0%
Cina3,6%15,5%
Giappone14,1%6,4%
India1,4%3,1%
Brasile1,9%2,5%
Canada2,2%2,0%
Corea del Sud1,7%1,9%
Russia0,8%1,8%

 

A cura di Stefano Riela - Docente NIBI 

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